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Reconice, un’intelligenza diversamente generativa

Quando si fa nascere qualcosa…

Tutto parte da un’idea.
All’inizio fragile e preziosa, da proteggere. Così piccola, eppure già capace di occupare tantissimo spazio nella testa e nel cuore. La si coltiva in silenzio, la si osserva crescere, se ne parla solo con pochissime persone fidate. È una fase intima, quasi segreta, in cui tutto è possibile e niente è ancora certo.

Poi l’idea diventa qualcosa di più concreto.
Iniziano i mesi della preparazione. Il business plan prende forma, come una lunga lista di cose da fare “prima che arrivi il momento”.

La cameretta, il lettino, i vestitini, gli accessori diventano lo statuto, le scelte legali, i contratti, il marketing plan, la sales strategy, il development plan. Questioni che sembrano solo tecniche ma che, in realtà, fissano valori, confini e responsabilità dentro cui ciò che nascerà dovrà crescere forte e sano.

E gli uffici diventano lo spazio dove crescerà, il luogo che dovrà accoglierlo e proteggerlo.
Le persone non sono un insieme di competenze: sono persone vere, con sentimenti reali, che affidano a quella nascita una parte del loro tempo, del loro lavoro, della loro fiducia.

Negli ultimi giorni l’attesa si fa strana.
Si spera di aver pianificato tutto, eppure si sente di non essere davvero pronti. Si controlla ogni dettaglio, più volte, sapendo che qualcosa sfuggirà. Le emozioni oscillano continuamente: paura di non essere all’altezza, entusiasmo incontenibile, orgoglio improvviso e, insieme, una profonda vulnerabilità.

E poi c’è quella sensazione netta che si conosce bene: non si torna più indietro.

Ci sono anche le paure non dette.
E se non ce la faccio?
E se non somiglia a quello che avevo immaginato?
E se sbaglio tutto, anche con le migliori intenzioni?

Perché ogni genitore sbaglia. Sempre. E sempre con le migliori intenzioni.

Nel frattempo si dorme poco.
Prima sono notti insonni a pianificare, a prevedere scenari, a immaginare ogni possibile variabile.
Dopo sono notti insonni a fare davvero, a risolvere problemi, a prendere decisioni senza mai avere tutte le risposte.

Prima si pensa di poter controllare tutto.
Poi si impara che non si controllerà mai tutto.

Arriva il momento in cui ciò che era solo un’idea entra nel mondo.
Da fuori sembra tutto pronto. Da dentro si sa che è solo l’inizio. Perché prima si pianifica, poi si agisce. E ogni azione, da quel momento in poi, ha conseguenze.

È qui che emerge con forza la dimensione etica.
Assumersi la responsabilità di far nascere qualcosa significa essere responsabili fin dal primo giorno. Non solo verso la crescita o i risultati, ma verso le persone che vi partecipano, verso chi sceglie di fidarsi, verso l’ambiente in cui tutto questo prende forma. Le decisioni prese all’inizio, anche quelle piccole, plasmano il modo in cui ciò che nasce starà nel mondo quando crescerà.

Non è solo un’entità giuridica.
È qualcosa di vivo. Un soggetto che entra nel mondo e ne diventa parte. Può creare valore, generare impatti. Può migliorare contesti o peggiorarli. E questa responsabilità non arriva “più avanti”: esiste dal primo giorno.

E allora si studia. Ci si prepara. Si continua a imparare.
Si fanno corsi, ci si rimette in discussione, si torna sui banchi anche quando l’esperienza direbbe che “si dovrebbe già sapere”. Perché far crescere qualcuno, o qualcosa, significa non smettere mai di crescere anche noi. E può capitare di ritrovarsi, a sessant’anni, ad affrontare un MBA.

Forse la verità è che non si è mai davvero pronti.
Né per un figlio, né per ciò che si decide di far nascere. Ma a un certo punto si fa il passo, accettando che crescere qualcuno, o qualcosa, significa assumersi una responsabilità continua, fatta di cura, coerenza, attenzione. E presenza.

Perché alcune cose non nascono solo per esistere o per crescere.
Nascono per stare nel mondo.
In modo responsabile.
E, se possibile, anche felice.

E questo, come per ogni genitore, è un impegno che inizia dal primo istante.

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